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piRandellate. SE UNA DITTATURA È IN ATTO, È QUELLA DEI PUBBLICI MINISTERI CHE ODIANO LA VERITÀ, SCOMODA PER I LORO COMODI PERSONALI

  • liberastampa5
  • 17 mag
  • Tempo di lettura: 7 min

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Riporto per intero un intervento comparso sul Riformista di Sansonetti dopo il convegno di Roma sulle “querele bavaglio”, il nuovo manganello delle forze democratiche e delle toghe rosse contro tutte le libertà dell’articolo 21 della Costituzione. Lo fo per gli elettori che hanno votato NO al referendum-giustizia, lasciando ancor più “arbitrio” alle forze dell’oppressione e del pensiero unico spalleggiate dalle procure d’Italia e da una politica mencia

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Legge anti-querele,


coalizione bipartisan per la libertà di stampa


Undici magistrati contro due quotidiani. Ventitré procedimenti intentati in sei anni. Un milione e 550 mila euro di pene pecuniarie richieste, oltre a ulteriori provvisionali che portano il totale a circa due milioni di euro.


I più ferocemente accaniti contro la verità sono i comandanti dell’Anm che vogliono proteggere la Costituzione, ma solo con il sigillo della sinistra...
I più ferocemente accaniti contro la verità sono i comandanti dell’Anm che vogliono proteggere la Costituzione, ma solo con il sigillo della sinistra...

Sono i numeri che hanno aperto, e inevitabilmente segnato, il confronto pubblico sulle querele temerarie promosso da Il Riformista e L’Unità nella Sala Capranichetta, a pochi passi da Montecitorio. Due esempi che accendono un faro sull’emergenza-querele, tema che affligge l’editoria, puntando a scoraggiare chi scrive e a convincere gli editori a non occuparsi troppo da vicino del pianeta giustizia.


Aldo Torchiaro ha aperto la conferenza “Contro le querele intimidatorie, per la libertà di stampa”, illustrando dati, procedimenti e nomi che negli ultimi anni hanno coinvolto le due testate. I magistrati citati nel corso dell’iniziativa sono Raffaele Cantone, Gian Carlo Caselli, Giuseppe Cascini, Piercamillo Davigo, Nicola Gratteri, Guido Lo Forte, Giovanni Melillo, Franco Roberti, Roberto Scarpinato, Gaspare Sturzo e Henry John Woodcock (questo cognome, Woodcock, significa «cazzo di legno», parola di Vittorio Feltri – n.d.r.).



Un elenco che, nelle intenzioni degli organizzatori, non rappresenta un atto d’accusa personale ma il sintomo di una tensione crescente tra diritto di cronaca, potere giudiziario e libertà d’informazione. «La maggior parte delle querele per diffamazione vengono archiviate o vinte dai giornalisti», ha osservato Torchiaro. «Ma la stragrande maggioranza delle querele promosse da magistrati arriva a giudizio e spesso viene vinta dai magistrati. È un meccanismo curioso.


Noi vogliamo avanzare proposte, aprire un confronto pubblico e arrivare a una nuova legge». La conferenza, dal titolo “Contro le querele intimidatorie, per la libertà di stampa”, ha riunito direttori di giornale, parlamentari, avvocati, magistrati e rappresentanti dell’Associazione Nazionale Magistrati in un dibattito che ha assunto fin dall’inizio una dimensione non soltanto giuridica, ma politica e culturale. Al centro del confronto la necessità di trovare un equilibrio tra due diritti costituzionalmente garantiti: la tutela della reputazione personale e la libertà di stampa.


Da Libero
Da Libero

Ma soprattutto il timore che la querela per diffamazione possa trasformarsi, nei fatti, in uno strumento di pressione economica e professionale contro chi fa informazione. Sul tavolo è stata presentata anche una piattaforma di proposte per una nuova legge a tutela dell’editoria.


Tra i punti discussi: scoraggiare le querele temerarie sulla diffamazione a mezzo stampa; evitare condanne penali senza accertamento della falsità; escludere la responsabilità civile in assenza di dolo; introdurre parametri certi e proporzionati per le eventuali sanzioni economiche; riparametrare il tetto delle pene pecuniarie; ribadire l’eguaglianza tra tutti i cittadini, «con la toga e senza la toga», nelle sentenze di condanna per diffamazione.


Piero Sansonetti, direttore de L’Unità, ha richiamato il valore costituzionale del pluralismo dell’informazione. «Lo Stato di diritto non può funzionare se non funziona il sistema pluralista dell’informazione», ha detto. «Le querele sono legittime. Il problema nasce quando vengono usate dal potere come strumento di intimidazione nei confronti di un altro potere, quello della stampa. E questo accade soprattutto quando a intimidire sono il potere politico o quello giudiziario».


Molti magistrati non hanno faccia e non si vergognano di nulla
Molti magistrati non hanno faccia e non si vergognano di nulla

Claudio Velardi, direttore de Il Riformista, ha insistito sulla necessità di una responsabilità condivisa tra i tre grandi poteri che incidono sulla vita democratica: politica, magistratura e informazione. «Il giornalismo ha un enorme potere», ha osservato. «E tutti e tre questi poteri devono avere il proprio grado di responsabilità».


Da qui l’appello finale: costruire «una coalizione tra magistrati, politici e giornalisti» per aggiornare le norme sulla diffamazione e sulla tutela della libertà di stampa. Il confronto ha coinvolto anche esponenti di maggioranza e opposizione.


Deborah Bergamini, deputata di Forza Italia, ha ricordato come «dal 1992 il rapporto tra giornalismo, giustizia e istituzioni sia rimasto un nodo mai realmente sciolto». «Bisogna difendere la capacità di criticare — non di ingiuriare — e contemporaneamente tutelare la reputazione delle persone», ha spiegato. Il senatore di Fratelli d’Italia Sandro Sisler ha definito «sbagliate» le querele temerarie, pur ribadendo che «diffamazione e calunnia restano fatti gravi».


Luigi Marattin ha richiamato la necessità di garantire contemporaneamente «il diritto della persona a difendersi» e «quello della stampa a non essere intimidita».


Walter Verini, senatore del Partito Democratico, ha difeso con forza il ruolo del giornalismo investigativo: «Il giornalismo d’inchiesta è una necessità fisiologica per questo Paese». E ha aggiunto: «Se prima della fine della legislatura riuscissimo ad approvare una nuova legge, sarebbe un segnale importante».


Tra gli interventi più attesi quello di Antonio Di Pietro, ex magistrato del pool Mani Pulite ed ex leader politico. La sua riflessione ha unito esperienza giudiziaria e sensibilità garantista maturata negli anni successivi. «Il giornalista può dire ciò che vuole, ma con un limite netto: il fatto vero», ha spiegato.



A Pistoja non abbiamo mai visto questo signore svolgere indagini. Si è sempre e solo linitato al copia-incolla appoggiando, senza riscontri, le lagne del menga dei sui presumibili «prossimi sociali»...
A Pistoja non abbiamo mai visto questo signore svolgere indagini. Si è sempre e solo linitato al copia-incolla appoggiando, senza riscontri, le lagne del menga dei sui presumibili «prossimi sociali»...

«Il fatto vero è una cosa, il fatto verosimile è un’altra». Di Pietro ha ricordato che nel codice esiste già una norma contro la temerarietà delle querele, «ma viene applicata troppo poco».


Anche il segretario generale dell’Associazione Nazionale Magistrati, Rocco Maruotti, ha riconosciuto l’esistenza del problema: «Mi preoccupa il tema delle querele temerarie quando vengono usate per tacitare, spaventare e limitare l’azione della stampa». Ma ha anche ribadito che chi subisce notizie false deve poter agire in giudizio.


Maruotti ha poi ricordato che il 7 maggio è scaduto il termine per il recepimento della direttiva europea anti-SLAPP, «recepita solo in parte». «È stata un’occasione potenzialmente persa», ha osservato, sottolineando come diverse proposte di legge siano ferme in Parlamento e non abbiano mai raggiunto l’Aula.


Giuseppe Visone, sostituto procuratore della DDA di Napoli, ha concluso indicando la strada tecnicamente possibile. E più giusta. Quella di una nuova legge a tutela dell’editoria che fissi dei paletti precisi per la querelabilità, basata sul principio della veridicità – il termine più appropriato – e scagioni da subito, in sede predibattimentale, i casi privi di dolo.


Più lo informi e lo metti al corrente del malaffare, più questo Dio-Cleziano si rifiuta di svolgere il suo dovere «con disciplina ed onore» che evidentementge non sa cosa siano
Più lo informi e lo metti al corrente del malaffare, più questo Dio-Cleziano si rifiuta di svolgere il suo dovere «con disciplina ed onore» che evidentementge non sa cosa siano

Alla conferenza hanno partecipato, tra gli altri, l’avvocato Stefano Giordano, Maurizio Pizzuto di Giornalisti 2.0, il presidente di Stampa Romana, Paolo Tripaldi, il segretario nazionale di SD – Socialdemocrazia, Umberto Costi, gli avvocati Alfredo Sorge, del Foro di Napoli e Claudio Mazzoni, del Foro di Roma. E personalità impegnate in politica al di fuori delle istituzioni come l’europeista Piercamillo Falasca e Fabrizio Cicchitto, Fondazione per il Socialismo. Il confronto si è chiuso con l’appello finale di Claudio Velardi: «Serve una coalizione, quella qui presente, per scrivere insieme una legge a tutela dei giornalisti e di chi fa i giornali».


Un asse inedito, almeno nei toni e nelle intenzioni. E quantomai importante. Perché il punto non riguarda soltanto le querele. Ma il rapporto, sempre più fragile, tra giustizia, informazione e libertà democratica.

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DOMANDA



Carlo Bartoli, presidente nazionale dell'ordine dei giornalisti che ha co-finanziato la campagna del NO a fianco della ANM al referendum-giustizia. «Campo di quei che sperano; Chiesa del Dio vivente; Dov’eri mai? qual angolo Ti raccogliea nascente, Quando il tuo Re, dai perfidi Tratto a morir sul colle, Imporporò le zolle Del suo sublime altar?», parodiando il Manzoni...
Carlo Bartoli, presidente nazionale dell'ordine dei giornalisti che ha co-finanziato la campagna del NO a fianco della ANM al referendum-giustizia. «Campo di quei che sperano; Chiesa del Dio vivente; Dov’eri mai? qual angolo Ti raccogliea nascente, Quando il tuo Re, dai perfidi Tratto a morir sul colle, Imporporò le zolle Del suo sublime altar?», parodiando il Manzoni...

E il presidente nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, Carlo Bartoli, dov’era? A limonare con Pd e potenti della Anm e del Csm, per favorire l’uso e l’estensione delle querele temerarie anche da parte del suo orticello privato?


La ri-pubblicazione di questo servizio è stata curata da me, perseguitato, insieme ad Alessandro Romiti, dall’ oscura e pericolosa procura di Pistoia (pressoché tutti: dal Pm ai sostituti, come ognuno ben sa) e da alcuni Gip-Gup a-ssoldati e succubi della boriosa incapacità professionale affidata alle cure (micidiali) di un personaggio quale Claudio Curreli, presidente locale dell’Anm pistojese e presto – quando la dittatura sarà totale – possibile onorevole creato dalle file catto-cumuniste della salvezza al popolo.


Nella categoria dei giudici penali piegati agli ordini della procura pistojese, si ricordano, a futura memoria: Luca Gaspari, Paolo Fontana, Patrizia Martucci, Alessandro Buzzegoli, Alessandro Azzaroli, salvo se altri.


Qual è la differenza fra questo metodo e la «soluzione finale» adottata dallo Zio Adolfo?
Qual è la differenza fra questo metodo e la «soluzione finale» adottata dallo Zio Adolfo?


A loro, peraltro, vanno qui aggiunti i “tenentini d’accademia”; i dottori di prima nomina Caterina Barberio, Marco Granocchia e Luca Amedeo Savoia, che hanno fatto parte del collegio pistojese del riesame, pilotato dalle menzogne di Curreli, in grado di convincere il Gip Alessandro Buzzegoli a violare, per la seconda volta consecutiva, il diritto di esistere della testata Linea Libera – periodico quotidiano in perfetta regola con la legge sulla stampa.



La procura di Pistoja – affidando tutto l’archivio del malgoverno e della corruzione locale alle cure del sostituto Claudio Curreli – non si limita a favorire, in maniera impudica, le querele temerarie di personaggi semplicemente osceni: ne trae, in più, vantaggio evitando accuratamente di scendere in campo come i più famosi Raffaele Cantone, Gian Carlo Caselli, Giuseppe Cascini, Piercamillo Davigo, Nicola Gratteri, Guido Lo Forte, Giovanni Melillo, Franco Roberti, Roberto Scarpinato, Gaspare Sturzo e Henry John Woodcock.


Certi magistrati pistojesi preferiscono sequestrarli, i giornali del fastidio come Linea Libera. È più facile, infatti, abusare del proprio incontrollato potere. Ed è un rimedio molto più semplice e radicale; un metodo inverecondo da vera dittatura mafiosa – senza offesa per i Sinagra e i Cuffaro del commissario Montalbano...


Edoardo Bianchini [direttore@linealibera.info] © Linea Libera Periodico di Area Metropolitana

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